L’ADHD in Età Adulta: Caratteristiche e Trattamento

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), o disturbo ipercinetico, è una patologia del neurosviluppo che causa significative limitazioni nelle aree dell’attenzione, dell’iperattività e dell’impulsività, molto comune nell’infanzia e nell’adolescenza. La patologia è caratterizzata dalla presenza di sintomi di disattenzione, iperattività e/o impulsività, che conducono a tre forme distinte e specifiche di ADHD: disattento, iperattivo-impulsivo e combinato. Diversi studi hanno dimostrato come in tutto il mondo, la sua prevalenza sia del 5,8%. Diversi fattori genetici e ambientali si annoverano tra le cause del deficit di attenzione/iperattività. Per ciò che riguarda i fattori genetici, l’ADHD può essere ereditato, con una probabilità da 5 a 10 volte maggiore tra i parenti di primo grado. Mentre per quanto riguarda i fattori ambientali, questi includono principalmente fattori di rischio prenatali e perinatali (stress materno, fumo o consumo di alcol durante la gravidanza, basso peso alla nascita, prematurità), tossine ambientali (organofosfati, bifenili policlorurati, piombo) e condizioni psicosociali sfavorevoli (ostilità materna o gravi deprivazioni nei primi anni di vita). Durante l’infanzia, l’ADHD è legato alla disattenzione, alla scarsa capacità di pianificazione e all’impulsività, causando un ulteriore peggioramento con l’aumento delle richieste esterne. Questo genera una serie di alterazioni nella funzionalità personologica, scolastica e sociale, che portano l’individuo ad interagire in modo errato con la società quando è in piena fase di formazione della sua identità, causando conflitti con l’ambiente (genitori, fratelli, colleghi) fino all’emarginazione sociale (Baena et al., 2021).

ADHD: dal bambino all’adulto

Alcuni studi hanno evidenziato che bambini con ADHD, dalla scuola materna fino ai 13 anni di età, mostrano un rischio di ideazione suicidaria quasi sei volte superiore a quello di un bambino senza ADHD. Alla luce di questo dato, risulta necessario e doveroso incoraggiare l’uso di interventi precoci nei bambini al fine di ridurre le ripercussioni nell’adolescenza e nell’età adulta (Baena et al., 2021).

Anche se, come dimostrato da diversi studi, la sintomatologia dell’ADHD diventa sempre meno impattante con l’età, in una meta-analisi di Song et al. (2021), è stato calcolato che la prevalenza, a livello globale, dell’ADHD nell’adulto si attesti intorno al 9.34%, equivalente a 506 milioni di persone.

Gli adulti soffrono soprattutto di disattenzione, un sintomo che causa deficit nella cognizione, soprattutto nelle funzioni esecutive come il controllo attenzionale, la flessibilità cognitiva, la memoria di lavoro, la commutazione e la pianificazione dei compiti. La disattenzione si presenta in molti modi, ad esempio con difficoltà di organizzazione, incapacità di seguire lunghe conversazioni o di finire compiti che richiedono una concentrazione prolungata (Scholz et al., 2020). La componente di disattenzione può quindi comportare una diminuzione della capacità di pianificare e organizzare le attività quotidiane, un disagio molto comune negli individui adulti con ADHD. Anche quando i sintomi dell’ADHD si attenuano, gli individui colpiti continuano a sperimentare difficoltà funzionali ed educative.

Una buona pianificazione probabilmente aiuterà a gestire più efficacemente l’ADHD nel suo complesso, compresi i sintomi di curiosità o irrequietezza, che pongono sfide significative anche in età adulta. Le abilità organizzative possono essere particolarmente rilevanti per alleviare l’impatto negativo dell’ADHD, dato il legame tra ADHD e difficoltà con le abilità di funzionamento esecutivo. I risultati suggeriscono che dal 30% al 50% degli individui con ADHD sperimentano una riduzione della funzione esecutiva rispetto agli individui senza ADHD. Le funzioni esecutive regolano il comportamento attraverso abilità di pensiero di ordine superiore come la pianificazione, l’organizzazione, l’inibizione e la memoria di lavoro. Tutte queste funzioni permettono all’individuo di regolare il proprio comportamento e il proprio pensiero per raggiungere un certo obiettivo. Le difficoltà relative alle funzioni esecutive possono diventare più influenti man mano che l’individuo invecchia, anche se i sintomi di impulsività e iperattività tendono ad attenuarsi con l’età (Durand & Arbone, 2022).

Tra i trattamenti di comprovata efficacia disponibili per l’ADHD, le principali differenze sono legate al tipo di intervento (farmacologico e non farmacologico), all’età del paziente, ai costi, all’efficacia prevista nella riduzione dei sintomi, agli effetti avversi, alla sicurezza e alla tollerabilità (Baena et al., 2021).

Il Neurofeedback, grazie ad una solida evidenza scientifica, si propone come uno dei trattamenti terapeutici capaci di ridurre significativamente i sintomi specifici dell’ADHD infantile. Per quanto riguarda gli adulti, la ricerca sta facendo grandi passi avanti e i risultati presenti in letteratura fino ad oggi sono molto promettenti.

Neurofeeback nell’ADHD dell’adulto

Il Neurofeedack ha lo scopo di migliorare l’autoregolazione dell’attività cerebrale fornendo informazioni in tempo reale sul suo stato attuale. Concentrandosi o rilassandosi, a seconda del protocollo utilizzato, il paziente porterà a termine dei task che lo renderanno parte attiva della sua terapia. Lo scopo è quello di allenare una specifica attività cerebrale per diminuire e favorire la scomparsa dei sintomi legati all’ADHD, aiutando il paziente ad apprendere nuove strategie mentali, più funzionali e adattive. In molti studi è stato dimostrato come con il trattamento attraverso il Neurofeedback, in soggetti con una diagnosi di ADHD, impatti positivamente sulla disattenzione, l’impulsività e l’iperattività (Scholz et al., 2020). Alcuni dei protocolli previsti dai training con il Neurofeedback hanno come principale obiettivo quello di rinforzare i potenziali corticali lenti (SCP), il rapporto tra le frequenze theta/beta e/o il ritmo sensorimotor (SMR). In quest’ultimo caso, ad esempio, il training si focalizza principalmente sul potenziamento dell’autocontrollo dell’attività cerebrale attraverso la diminuzione delle onde theta (onde a bassa frequenza legate ad un abbassamento dell’arousal), e l’aumento delle onde beta (onde ad alta frequenza legate alla concentrazione).

Negli ultimi anni, diversi studi condotti su bambini e adolescenti, hanno dimostrato riduzioni dei sintomi mantenuti nel tempo dopo l’intervento con il Neurofeedback (Baena et al., 2021). Inoltre, Thomson & Thomson (2005) hanno dimostrato che anche nell’adulto l’ADHD può essere trattato con il Neurofeedback, con una significativa riduzione dei sintomi anche in questa fascia di età (Thomson & Thomson, 2005).

Per ulteriori approfondimenti sull’ADHD si suggerisce di consultare i seguenti articoli:

Bibliografia:

Baena, L. S., Cañadas-De la Fuente, G. A., Martos-Cabrera, M. B., Gómez-Urquiza, J. L., Albendín-García, L., Romero-Bejar, J. L., & Suleiman-Martos, N. (2021). Effects of neurofeedback in children with attention-deficit/hyperactivity disorder: A systematic review. Journal of Clinical Medicine, 10(17).

Durand, G., & Arbone, I. S. (2022). Exploring the relationship between ADHD, its common comorbidities, and their relationship to organizational skills. PeerJ, 10, 1–16.

Scholz, L., Werle, J., Philipsen, A., Schulze, M., Collonges, J., & Gensichen, J. (2020). Effects and feasibility of psychological interventions to reduce inattention symptoms in adults with ADHD: a systematic review. Journal of Mental Health, 0(0), 1–14.

Song, P., Zha, M., Yang, Q., Zhang, Y., Li, X., & Rudan, I. (2021). The prevalence of adult attention-deficit hyperactivity disorder: A global systematic review and meta-analysis. Journal of Global Health, 11, 1–9.

Thompson, L., & Thompson, M. (2005). Neurofeedback intervention for adults with ADHD. Journal of Adult Development, 12(2–3), 123–130.

Autore

Contattaci per informazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.