Promuovere l’inclusione grazie alle neuroscienze. L’evento di Neurosystem per 4 Weeks 4 Inclusion 2021.

“Non volevo più fare rumore solo quando me lo dicevano. Volevo essere io a scegliere quando e come fare rumore”

Ha detto Nausicaa Dell’Orto in apertura dell’evento Neuroscience 4 inclusion: Stories of women, diversity and success, organizzato da Neurosystem e inserito nel corso della rassegna interaziendale organizzata da Tim, 4 Weeks 4 Inclusion che terminerà il 22 novembre.

Nella giornata del 27 ottobre, infatti, la sede dell’UNAR, Unione delle Associazioni Regionali di Roma e del Lazio, ha ospitato l’iniziativa organizzata da Neurosystem, in collaborazione con l’Associazione degli Umbri, a cui hanno partecipato, insieme al nostro team di dottoresse, anche la professoressa Maria Caterina Federici in qualità di moderatrice, Nausicaa Dell’Orto, Raffella Mennoia e Luca Zanforlin.

La giornata, nella quale il team di Neurosystem si è inserito affrontando il discorso delle neuroscienze, era dedicata al gender gap, cioè divario di genere, soprattutto in ambito aziendale, ma non solo: le nostre esperte, Alessandra Muscetta, Maria Sole Nicoli e Ambra Salvati, hanno analizzato il processo che avviene nella nostra mente quando ci troviamo davanti ad una situazione che potrebbe farci cadere vittima dello stereotipo.

La stereotipizzazione di un determinato comportamento o modo di essere, come ha avuto modo di presentare nel corso della discussione la dottoressa Ambra Salvati, risulta problematica sotto molteplici aspetti. Da una parte nuoce a chi si trova di fronte allo stereotipo, dall’altra complica l’approccio alla vita di chi si trova ad essere oggetto del pregiudizio: pur di abbattere lo stereotipo, infatti, l’individuo con le caratteristiche socialmente considerate stereotipate, è sempre motivato a disconfermarlo, trovandosi in uno stato di pressione maggiore al successo che compromette il sistema nervoso.

Come riportato nell’enciclopedia Treccani, il termine stereotipo è un “modello convenzionale di atteggiamento”.

Nausicaa Dell’Orto è la capitana della squadra italiana femminile di football. Nel corso del suo intervento ha precisato come, se nella vita le donne fin dalla più tenera età subiscono atteggiamenti e consigli che le portano ad essere in competizione fra loro, lo sport di squadra riesce a cambiare radicalmente la concezione di loro stesse e delle altre.

“Come cambia il gioco di squadra. Da piccole ti insegnano che l’altra è più bella di te, l’altra è più brutta di te. Da sole siamo davvero toste, insieme non ci ferma nessuno”

Ha affermato Nausicaa, che oggi è anche allenatrice di una squadra di ragazze in età preadolescenziale.

Luca Zanforlin ha portato la sua esperienza di uomo, omosessuale e autore. Nella sua famiglia, dove si è sempre sentito accolto e sostenuto, probabilmente sua madre aveva capito il suo orientamento sessuale ancor prima di lui stesso, ma nel mondo esterno, invece, spesso si è sentito escluso.

Luca racconta il periodo del primo lockdown, “dove tutto quello che era fuori di casa era avvertito come un nemico, dove ci siamo chiusi in noi stessi. C’è stata una regressione proprio del senso di comunità“. Per questo motivo è nato “Diversity Hotel” il suo ultimo romanzo. Una storia che vuole far riflettere sul concetto di diversità e sul modo con cui ognuno di noi ascolta la vita.

“Solo navigando nella diversità riusciamo ad arricchirci. Ma soprattutto a capire che siamo tutti diversamente uguali in questa battaglia che si chiama vita”

Raffaella Mennoia, infine, ha parlato del suo ruolo di autrice televisiva in un mondo molto più “maschile”, almeno fino a qualche anno fa e della posizione che ha avuto per la scelta di Andrea Nicole, ragazza transgender, come tronista di Uomini e Donne.

“Trovarle un compagno non è facile… ma questo non è facile per nessuno

Ha concluso Raffaella mentre si diceva stupita della calda accoglienza riservata nel programma ad Andrea Nicole: le persone, a suo avviso, sono molto più preparate al cambiamento di quanto si aspetti. Ci ha raccontato come è cambiato il suo comportamento dopo aver scoperto che la ragazza aveva un passato al maschile, essendo una persona transgender: la presa di coscienza l’ha portata a compiere un’importante riflessione su se stessa e sul suo comportamento. Dopo aver cercato di trovare nella ragazza qualche testimonianza del suo passato maschile, ha sentito di aver sbagliato anche soltanto per essersi addentrata nella ricerca: ha, di fatto, combattuto quello che l’abitudine culturale le aveva mostrato come un qualcosa di diverso dalla eteronormatività, abbattendo così lo stereotipo. A spiegarci come ha fatto ci ha pensato la dottoressa Maria Sole Nicoli del team di Neurosystem.

Inoltre, la dottressa Nicoli si è occupata di illustrare alcune metodologie finalizzate a promuovere una migliore autoregolazione psicofisiologica dell’individuo, che possono portare ad un incremento delle capacità riflessive più raffinate, promuovendo così un pensiero empatico in grado di renderci più inclusivi: questi procedimenti vengono definiti, in gergo specifico, tecniche di neuromodulazione. Ne esistono, in particolare, due tipi: quelle passive, come la stimolazione magnetica transcranica con cui il soggetto riceve passivamente il trattamento; altre attive come il neurofeedback nel cui caso è il soggetto stesso che impara a controllare e modulare il proprio stato psicofisiologico.

Come superare la barriera culturale dello stereotipo? In tal senso risulta risolutivo l’intervento della dottoressa Alessandra Muscetta. Ogni giorno ci troviamo a vivere in un mondo interpersonale dominato da dinamiche complesse che riguardano il cervello, la mente, il corpo, le relazioni e la cultura.

Le relazioni interpersonali sono dominate e organizzate dalle motivazioni, “strutture innate che contengono tutte le informazioni che servono in ogni minuto e in ogni contesto”; potremmo immaginare ogni motivazione come un diverso approccio per le nostre interazioni. Ognuno di noi ha delle proprie peculiarità per quanto riguarda la provenienza; le abilità; l’età; l’identità di genere e l’orientamento sessuale, ma tutti ci possiamo riconoscere in almeno una di queste motivazioni che potremmo rappresentare come sette diversi personaggi: il bisognoso; l’accudente; il competitivo; il giocoso; il sensuale; il socievole e il collaborativo.

All’interno delle dinamiche relazionali si attivano le cosiddette aree limbiche, legate all’esperienza emotiva. È in questo contesto che prendono forma i personaggi; questi, guidati dall’emotività, in alcune circostanze danno vita a dinamiche interpersonali in grado di condurre anche a fenomeni come quello del gender gap. Per ridurre queste spiacevoli conseguenze non bisogna mirare all’esclusione dell’emotività dal campo relazionale, piuttosto si dovrebbe promuovere lo sviluppo di competenze emotive adeguate ed indirizzate alla comprensione dell’altro, ovvero dell’empatia.

Autore

  • Giornalista pubblicista, scrivo soprattutto di cultura e questioni di genere. Laureata Magistrale in Comunicazione, Informazione, Editoria e Giornalismo, mi occupo anche di comunicazione digitale e nuovi media.

Contattaci per informazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.