La socializzazione nei pazienti affetti da Demenza

Disturbo neurocognitivo maggiore o “demenza”

Il disturbo neurocognitivo maggiore (DSM-5), comunemente noto come “demenza” è una delle più salienti questioni di salute pubblica.
La demenza è un termine che indica il declino in uno o più domini cognitivi (memoria, attenzione, linguaggio, funzioni esecutive) e/o comportamentali, tale da interferire significativamente sul funzionamento quotidiano dell’individuo.
La più comune forma di demenza è la malattia di Alzheimer, che rappresenta circa il 60/70% dei casi, seguita da demenze cerebrovascolari, demenze fronto-temporali e a Corpy di Lewy.
Nonostante l’età sia il maggior fattore di rischio associato all’insorgenza di demenza, quest’ultima non affligge solo gli individui più anziani.
Nel mondo circa 50 milioni di persone sono affette da demenza, ma il numero è destinato a quadruplicare nel 2050 (WHO, 2018).
Il progressivo invecchiamento della popolazione e l’assenza di una efficace terapia preventiva o trattamento farmacologico curativo, comporta un significativo impatto sul Sistema Sanitario Mondiale, sia sul piano sociale che su quello economico (Prince et al., 2017).
Tale panorama rende necessario un approccio olistico alle patologie comuni nella terza età, che comprendono l’importanza della cura attraverso strumenti empatici, assistenziali e fondati sull’integrazione sociale.

Solitudine e rischio di demenza

La solitudine si distingue dall’isolamento sociale, in quanto è definita come la percezione soggettiva di non soddisfare il naturale bisogno di vicinanza, in termini di quantità di relazioni sociali o di qualità delle stesse. La relazione tra esordio di demenza e isolamento sociale appare indipendente dal numero di relazioni sociali instaurate, ma fortemente connessa a un maggior rischio per la salute fisica e psicologica dell’individuo, sia direttamente che indirettamente. Infatti, le persone che vivono in solitudine, hanno più probabilità di adottare comportamenti non salutari (come fumare o fare poca attività fisica), tutti fattori associati a un maggior rischio di demenza (Dyal et al., 2015). Alcuni studi dimostrano che il sentimento di solitudine e lo sviluppo di demenza sia più frequente negli uomini che nelle donne. Al contrario, la presenza di una rete sociale supportiva è negativamente associata al rischio di sviluppare disturbi neuro-cognitivi (Cacioppo et al., 2014; Holwerda et al., 2014).

Uno sguardo attraverso le strutture cerebrali

Il cervello “sociale” include vaste regioni cerebrali, come quelle coinvolte nella motivazione e nelle emozioni (amigdala, insula, frontali) o nella percezione sociale (giro fusiforme, giro temporale medio), fino ad arrivare ad aree tipicamente associate ai disturbi neuro-cognitivi come l’ippocampo, il globo pallido e il nucleo caudato. Le attività sociali influiscono quindi sul funzionamento e sulla plasticità dei circuiti neurali coinvolti nelle demenze aumentando l’attività cerebrale e l’integrità delle strutture anatomiche e migliorando così il decorso del declino cognitivo (Felix et al., 2021).

L’importanza degli interventi psicosociali

Diversi fattori correlati al funzionamento sociale possono influenzare il rischio e il decorso delle demenze.
Per esempio, l’isolamento sociale espone a una maggiore produzione di cortisolo, principale ormone del sistema dello Stress (Boss et al., 2015), implicato in una serie di processi fisiologici che espongono a un maggior rischio di demenza. Allo stesso tempo, l’impoverimento della rete sociale influenza la riserva cognitiva che a sua volta ha effetti sulla beta amiloide, principale sostanza coinvolta nella malattia di Alzheimer (Yaffee et al., 2011).
La stimolazione cognitiva, il mantenimento delle autonomie e di una routine quotidiana soddisfacente, sono fondamentali per ridurre il rischio di sintomi comportamentali (come apatia o agitazione), altamente invalidanti per i pazienti e per chi se ne prende cura (Hackett et al., 2019).
I pazienti con demenza frequentemente sperimentano sentimenti di impotenza e frustrazione, che aggravano la sfiducia e la dipendenza nei confronti dei familiari. Al contrario, l’interazione, la condivisione di interessi e il coinvolgimento attivo da parte della rete sociale, favorisce la sicurezza e l’indipendenza. Un recente studio che ha coinvolto circa 220 pazienti affetti da demenza ha dimostrato come migliorare la comunicazione e l’interazione sociale con i pazienti aumenti significativamente la loro qualità della vita (Arai et al., 2021).
Lo sviluppo di unità assistenziali per i pazienti ha in parte facilitato l’interazione sociale tra i residenti, ma un compito fondamentale è svolto dai caregiver e dalla comunità (Abbott et al., 2017).

Chi si prende cura dei caregiver?

La diagnosi di demenza comporta importanti cambiamenti nella routine quotidiana dei pazienti e dei caregiver, più che in altre patologie croniche. I familiari degli individui affetti da malattie neurodegenerative devono considerare l’insieme delle ripercussioni fisiche, psicologiche, emotive e finanziarie. I caregiver sono quindi esposti ad un alto livello di stress e spesso vengono descritti come i “pazienti invisibili” (Unbehaun et al., 2018). Alla luce di questi dati, di fondamentale importanza appaiono Interventi di supporto estesi all’intero nucleo sociale coinvolto, poiché un programma di supporto pratico ed efficace aumenta la capacità di gestione e la consapevolezza dei caregiver, con conseguenze positive sui pazienti stessi.
In conclusione, le prospettive e le difficoltà da affrontare dopo aver ricevuto una diagnosi di demenza sono molteplici e non semplici da affrontare. Un percorso integrato, comprensivo di strumenti di cura sul piano psicologico, sociale e farmacologico, insieme a un intervento che incontri i bisogni degli individui e delle famiglie, rappresenta un’importante risposta per una delle principali urgenze sanitarie globali.

Bibliografia

Abbott, K. M., Sefcik, J. S., & Van Haitsma, K. (2017). Measuring social integration among residents in a dementia special care unit versus traditional nursing home: A pilot study. Dementia, 16(3), 388-403.
Arai, A., Khaltar, A., Ozaki, T., & Katsumata, Y. (2021). Influence of social interaction on behavioral and psychological symptoms of dementia over 1 year among long-term care facility residents. Geriatric Nursing, 42(2), 509-516.

Boss, L., Kang, D. H., & Branson, S. (2015). Loneliness and cognitive function in the older adult: a systematic review. International Psychogeriatrics, 27(4), 541-553.
Cacioppo, S., Capitanio, J. P., & Cacioppo, J. T. (2014). Toward a neurology of loneliness. Psychological bulletin, 140(6), 1464.

Dyal, S. R., & Valente, T. W. (2015). A systematic review of loneliness and smoking: small effects, big implications. Substance use & misuse, 50(13), 1697-1716.

Felix, C., Rosano, C., Zhu, X., Flatt, J. D., & Rosso, A. L. (2021). Greater social engagement and greater gray matter microstructural integrity in brain regions relevant to dementia. The Journals of Gerontology: Series B, 76(6), 1027-1035.

Hackett, R. A., Steptoe, A., Cadar, D., & Fancourt, D. (2019). Social engagement before and after dementia diagnosis in the English Longitudinal Study of Ageing. PLoS One, 14(8), e0220195.

Holwerda, T. J., Deeg, D. J., Beekman, A. T., van Tilburg, T. G., Stek, M. L., Jonker, C., & Schoevers, R. A. (2014). Feelings of loneliness, but not social isolation, predict dementia onset: results from the

Amsterdam Study of the Elderly (AMSTEL). Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, 85(2), 135-142.

McDermott, O., Charlesworth, G., Hogervorst, E., Stoner, C., Moniz-Cook, E., Spector, A., … & Orrell, M. (2019). Psychosocial interventions for people with dementia: a synthesis of systematic reviews. Aging & mental health, 23(4), 393-403.

Olazaran, J., Reisberg, B., Clare, L., Cruz, I., Pena-Casanova, J., Del Ser, T., … Muniz, R. (2010). Nonpharmacological therapies in Alzheimer’s disease: A systematic review of efficacy. Dementia and Geriatric Cognitive Disorders, 30(2), 161–178.

Prince, M. (2017). Progress on dementia—leaving no one behind. The Lancet, 390(10113), e51-e53.

Saito, T., Murata, C., Saito, M., Takeda, T., & Kondo, K. (2018). Influence of social relationship domains and their combinations on incident dementia: a prospective cohort study. J Epidemiol Community Health, 72(1), 7-12.

Sutin, A. R., Stephan, Y., Luchetti, M., & Terracciano, A. (2020). Loneliness and risk of dementia. The Journals of Gerontology: Series B, 75(7), 1414-1422.
World Health Organization. (2018). Towards a dementia plan: a WHO guide.

Yaffe, K., Middleton, L. E., Lui, L. Y., Spira, A. P., Stone, K., Racine, C., … & Kramer, J. H. (2011). Mild cognitive impairment, dementia, and their subtypes in oldest old women. Archives of neurology, 68(5), 631-636.

Autore

Contattaci per informazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.