EMDR: Lasciar andare i traumi del Passato, per creare Benessere e Serenità per il Futuro

Fin dai tempi più antichi, l’uomo ha da sempre dovuto relazionarsi in alcuni momenti della sua vita con situazioni particolarmente stressanti e ad alto carico emotivo. Pensiamo per esempio ai continui scontri con animali predatori, o agli innumerevoli eventi bellici con altre civiltà che l’uomo dell’epoca viveva. Al giorno d’oggi la situazione non è poi così diversa: aggressioni, violenze, calamità naturali, incidenti stradali sono quasi all’ordine del giorno e nelle persone che vivono queste esperienze, tra gli elementi comuni e conseguenti a queste situazioni, sicuramente possiamo riscontrarne uno cruciale: la memoria traumatica.  Essa fa sì che l’individuo tenda a rivivere in maniera molto frequente il ricordo di quanto accaduto, anche a distanza di anni (pensiamo per esempio alla sofferenza che riportano anche dopo molto tempo i veterani di guerra) e che viva in un continuo stato di allerta (iper-arousal), con pensieri intrusivi relativi a quanto accaduto e condotte di evitamento, andando a configurare così il quadro del cosiddetto “Disturbo Post-Traumatico da Stress” (PTSD). Ma queste tipologie di traumi, che possiamo definire traumi con la “T maiuscola”, in realtà non sono le uniche, in quanto sappiamo che esistono situazioni non di certo paragonabili a queste, ma comunque in buona parte emotivamente stressanti per il soggetto che la vive, i cosiddetti traumi con la “t minuscola”, che creano nell’individuo aspetti fobici e credenze disfunzionali su di sé e che lo portano ad agire nella propria vita secondo tali credenze, quasi sempre sviluppatesi durante l’infanzia e legate spesso a conflitti con le figure di attaccamento (per esempio: “non sono all’altezza”, “non sono capace”, “ho paura di fare questa cosa”) . Per qualsiasi psicoterapeuta, che si affacci nello sconfinato mondo della mente umana e che abbia il desiderio di aiutare persone che abbiano vissuto qualunque forma di trauma emotivo, l’EMDR rappresenta forse una delle armi più potenti dell’arsenale di cui può disporre.

Facciamo quindi un passo indietro: che cos’ è l’EMDR?

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè “Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari”) è una tecnica psicoterapica scoperta e ben studiata dalla Dottoressa Francine Shapiro (psicologa statunitense deceduta dopo una lunga malattia proprio un anno fa) ed oggi in continuo sviluppo e oggetto di ricerca da parte moltissimi studiosi e terapeuti, che si basa sulla rielaborazione di diverse psicopatologie legate sia a memorie di esperienze traumatiche, sia ad esperienze più comuni ma emotivamente stressanti, quindi sia per traumi con la “T” che traumi con la “t”. Si avvale prevalentemente dell’utilizzo dei movimenti oculari, come già dal nome possiamo intendere, ma anche di altre stimolazioni bilaterali alternate (tamburellamenti, uso di suoni etc.) e che permette di desensibilizzare pensieri ed emozioni disturbanti, facendone perdere progressivamente la loro carica emotiva.  Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine che viene desensibilizzata cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva rispetto a quel pensiero o a quella credenza, cambiando le valutazioni cognitive disfunzionali su di sé ed incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Successivamente ad un trattamento EMDR, il paziente ricorda l’evento (quindi non vi è alcuna amnesia!) ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più funzionale per il soggetto e quell’esperienza viene usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Ma come si è arrivati a comprendere tutto questo?

Una scoperta del tutto casuale

Era la primavera del 1987. Un bel pomeriggio, passeggiando in un parco, la dottoressa Francine Shapiro notò che alcuni pensieri dolorosi tendevano a sparire improvvisamente nel momento in cui cominciava a muovere gli occhi in diverse direzioni. Si accorse inoltre che quando ritornava con la mente a quei pensieri, essi non erano più disturbanti come prima. L’esperienza passata le aveva insegnato che i pensieri disturbanti seguono un determinato “ciclo”, tendono cioè a manifestarsi continuamente fino a quando non si fa qualcosa a livello cosciente per fermarli o cambiarli. Affascinata, notò che quando tornavano alla mente pensieri disturbanti, i suoi occhi cominciavano spontaneamente a muoversi avanti e indietro e così facendo i pensieri scomparivano di nuovo e quando li riportava alla mente la loro carica negativa era notevolmente ridotta. Il suo interesse così cominciò a crescere ed alcuni giorni dopo cominciò a provare questo metodo con altre persone, amici e colleghi, chiedendo loro di portare alla memoria ricordi disturbanti, convinzioni disfunzionali e umiliazioni subite nell’infanzia e successivamente, focalizzandosi attentamente su quei pensieri, di seguire attentamente le sue dita che si muovevano secondo una linea retta ben precisa.

Nel giro di pochi mesi, sviluppò una procedura standardizzata volta inizialmente alla riduzione dell’ansia, chiamata EMD (Eye Movement Desensitization). Il continuo perfezionamento delle procedure dell’EMD e i casi clinici riportati dai terapeuti che applicavano questa tecnica fecero sì che potessero essere comprese appieno quali erano le procedure ottimali per ottenere simultaneamente una desensibilizzazione cognitiva rispetto ai ricordi, l’elicitazione di insight spontanei ed un aumento del senso di efficacia, tutti elementi che sembravano essere provocati dalla elaborazione adattiva dei ricordi disturbanti. Tale realizzazione la portò a ribattezzare la terapia con il nome di EMDR (Eye Movemente Desensitization and Reprocessing), nel 1990. Da allora,  sono sviluppati numerosi protocolli per il trattamento di vari disturbi mentali come il PTSD in primis, ma anche l’agorafobia, il disturbo di panico, il disturbo d’ansia generalizzato, le fobie sociali, le fobie specifiche, il disturbo ossessivo-compulsivo, i disturbi somatoformi, la dismorfofobia, i disturbi di personalità (soprattutto borderline), i disturbi della condotta alimentare (anoressia, bulimia, disturbo da binge-eating), il gambling, le dipendenze, la sindrome dell’arto fantasma, il lutto complicato e non ultimo, la depressione, ancora oggi oggetto di grandi studi scientifici. 

Sembra molto interessante, ma quali sono i suoi meccanismi di funzionamento? 

L’approccio EMDR, ormai adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul cosiddetto “modello di elaborazione adattiva dell’Informazione” (AIP), modello coerente con i primi studi di Freud (1915-1917) e di Pavlov (1927), riguardanti ciò che noi oggi chiamiamo “elaborazione dell’informazione”. Nello specifico, sembra esservi un equilibrio neurologico, all’interno di un sistema fisiologico distinto, che permette alle informazioni di venire elaborate fino ad una “risoluzione adattiva”, espressione che in questo modello indica una risoluzione in cui si stabiliscono connessioni con le associazioni appropriate e l’esperienza viene integrata in schemi cognitivi positivi. In sostanza, ciò che è utile viene appreso e immagazzinato insieme alle emozioni appropriate e l’esperienza viene integrata in schemi emotivi e cognitivi positivi, diventando disponibile per essere usata per il futuro. Proviamo a pensare, per esempio, che ci sia accaduto qualcosa di negativo, magari una umiliazione sul lavoro e che ne siamo rimasti turbati. Ci abbiamo pensato, l’abbiamo sognato, ne abbiamo parlato. Dopo un po’ di tempo, però, tale esperienza non ci ha più disturbato, ed è stato possibile poterla utilizzare adeguatamente come informazione per guidare le nostre azioni future. In questo caso, dunque, abbiamo compreso meglio alcune situazioni passate e siamo divenuti maggiormente in grado di gestire circostanze simili in futuro.  Quando accade un trauma, invece, si associano numerosi cambiamenti all’interno del sistema nervoso, provocati dal rilascio di cortisolo, da picchi elevati di adrenalina e da fluttuazioni nell’equilibrio di neurotrasmettitori, tutti processi che portano ad una perdita dell’omeostasi neurale. A causa di questo equilibrio, il sistema di elaborazione delle informazioni non è in grado di funzionare e l’informazione acquisita al momento dell’ evento (comprendente immagini, suoni, emozioni, sensazioni fisiche), viene conservata a livello neurologico nel suo stato disturbante, nella sua forma eccitatoria, o, in gergo, “stato-specifica”, e pertanto il materiale originario potrà essere riattivato da una gamma di stimoli esterni e venire espresso sotto forma di incubi, flashback e pensieri intrusivi, i cosiddetti “sintomi positivi” del Disturbo Post-Traumatico da Stress a cui si faceva menzione poc’anzi.

Andiamo nel dettaglio

È proprio qui che può entrare in azione l’EMDR: ampi studi evidence-based hanno permesso di osservare che le varie forme di stimolazione bilaterale innescano un meccanismo fisiologico che va ad attivare il sistema dell’elaborazione dell’informazione. Si ipotizza che l’attivazione di uno stato simile alla fase REM durante la veglia faciliti il processo di integrazione delle memorie episodiche all’interno di reti semantiche generali. Nel corso degli ultimi dieci anni la ricerca si è concentrata sull’indagine dei diversi meccanismi di azione dell’EMDR. Attualmente si ritiene che la stimolazione bilaterale che viene impiegata durante le sedute abbia 3 meccanismi di azione principali:

  1. Solleciti la memoria di lavoro: nella terapia EMDR la componente dei movimenti oculari ha l’effetto di dividere il focus attentivo del paziente tra la stimolazione ed il ricordo negativo usato come target. Il risultato è che i movimenti oculari sovraccarichino la capacità della memoria di lavoro, portando ‘immagine dell’evento negativo (contenuta nel “taccuino” visuospaziale”) a deteriorarsi a causa della competizione per le limitate risorse mnestiche. Il ricordo di conseguenza diviene meno vivido e disturbante e quindi riconsolidato successivamente in tale forma;
  2. Stimoli il riflesso di orientamento e la risposta parasimpatica associata: è stato osservato che i movimenti oculari producano effetti psicofisiologici distinti, il più importante dei quali è rappresentato dalla associazione di tali movimenti con una diminuzione dei livelli di arousal, con decelerazione del battito cardiaco e riduzione della frequenza respiratoria;
  3. Vada ad elicitare gli stessi processi che caratterizzano il sonno REM: il sonno REM, come ormai molti studi dimostrano, ha come funzione l’elaborazione delle informazioni ed il consolidamento dei ricordi. Secondo questo schema di funzionamento, l’EMDR quindi riproponendo gli stessi meccanismi fisiologici che si manifestano durante la fase REM, favorirebbe l’integrazione delle memorie episodiche relative al trauma all’interno di reti semantiche più generali.  

Per concludere

Detto ciò, possiamo quindi comprendere come l’EMDR riesca ad oggi a rappresentare un barlume di speranza per tante persone che abbiano vissuto un qualsiasi trauma emotivo ed oggi trova applicazione anche in situazioni di emergenza (come in calamità naturali). Grazie all’aiuto di uno psicoterapeuta qualificato nel settore, sarà sempre possibile per queste persone poter rielaborare e vedere in maniera più adattiva nel presente qualunque evento disturbante del passato, ponendo così le basi per la costruzione di uno stato di benessere e di maggiore serenità per il futuro.

Dott. Antonino Longobardi

Medico in formazione specialistica in Psichiatria presso Università di Roma Torvergata
Terapeuta EMDR presso associazione EMDR Italia
Specializzando in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale presso Associazione Psicologia Cognitiva (APC)

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